Era quasi l’una meno venti nella piazza, gremitissima e pacificamente festosa, di Melpignano quando, dopo oltre tre ore di concertone l’instancabile clarinetto ebraico di David Krakauer ha duettato con la voce palestinese della giovanissima Tära: Araba fenice, che trasforma le ceneri in un miracolo, è quella possibilità di rinascita che, ostinati, si rincorre. Come il sogno di “Palestina libera”, gridato dalla stessa cantante e riecheggiato dalla piazza. La 28esima Notte della Taranta ha un motto semplice: sotto lo stesso cielo o intorno allo stesso mare - come chiosa Ermal Meta che ha cantato in arbëreshe - sono declinazioni diverse di un unico senso di fratellanza. Perché – ha detto Serena Brancale – “conoscere l’altro non è una minaccia, è una ricchezza”. Il concertone si apre, non a caso, con due intensi momenti corali, di musica e di danza, un binomio che è essenza stessa della pizzica, due direzioni di una stessa traiettoria: il dialogo, un incontro di anime. E nel Salento – Krakauer l’ha ribadito anche ieri – quell’incontro è autentico e si traduce in un’amicizia, con i musicisti dell’Orchestra della Taranta, “che durerà per sempre”. Tanti i richiami alla pace: in ordine di scaletta per primo arriva Giuliano Sangiorgi che sul palco di Melpignano (dove è tornato diciotto anni dopo una Notte firmata Mauro Pagani) appare in un video di Edoardo Winspeare girato nella campagna salentina a sostegno degli ulivi, poi dal vivo, con due brani che segnano già un picco altissimo di intensità: Quanno te lai la facce, la sua prima canzone in salentino, è un’intima confessione per voce e pianoforte (di Kathleen Tagg), poi in Lu rusciu de lu mare intreccia le melopee della sua voce nelle curve klezmer del clarinetto di Krakauer.