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Il Ponte di Messina non è solo un'opera ingegneristica; è una dichiarazione di intenti. È la promessa di un Paese che non accetta il declino, la sua riduzione a periferia dell'impero americano

Del discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini mi ha colpito il tono. Non era quello della resa, del si-salvi-chi-può. Quest'uomo ha più o meno la mia età, ha percorso tutt'altre strade rispetto alle mie, ma la sua amicizia mi è cara, e mi conforta. Ed ecco che invita a ricominciare, a non sedersi sulle idee maturate e valevoli trent'anni fa. Sarebbe come aprire il vecchio ombrello per ripararsi dal mondo che ci cade in testa. Mi sono segnato una frase: «adattarsi alle esigenze del tempo quando esse sono esistenziali». Parlava dell'Europa, dicendo che non conta niente, e allora deve cambiare se vuole esistere.

Tranquilli, cari lettori, non sono qui a commentare le sue proposte sul Continente. Mi limito all'Italia. Nel mio piccolo, ho cambiato idea sul Ponte di Messina. Se essa vuole essere adeguata al passo che sta tenendo sul piano internazionale Giorgia Meloni, l'Italia deve allungare lo Stivale, smetterla di temere che grandi appalti (una decina di miliardi) coincidano con grande corruzione, e ingrassino per forza la mafia. E che terre sismiche debbano tenerci alla larga dal costruire infrastrutture atte a scavalcare ostacoli fin qui ritenuti insormontabili.