«Per il bene dell’umanità, fateci entrare nella Striscia. Facciamo arrivare cibo e altri rifornimenti senza impedimenti e nella quantità massiccia richiesta. È troppo tardi per troppi, ma non per tutti a Gaza» dice il responsabile umanitario delle Nazioni Unite, Tome Fletcher. «È un crimine di guerra usare la fame come metodo di guerra» avverte l’alto commissario per i diritti umani dell’Onu, Volker Turk. Si segnala «l’aumento dei decessi legati alla fame, il rapido peggioramento dei livelli di malnutrizione acuta e il crollo dei livelli di consumo alimentare, con centinaia di migliaia di persone che trascorrono giorni senza nulla da mangiare»: lo denunciano Fao, Organizzazione mondiale della sanità, Unicef, World food programme, vale a dire le agenzie dell’Onu. Carestia nel governatorato di Gaza City e nelle aree circostanti: siamo a Nord, in un’area che rappresenta circa il 20 per cento della Striscia, dove è in corso l’attacco dell’esercito israeliano ordinato dal governo di Netanyahu. Ora questa emergenza è stata certificata da un rapporto dell’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), un sistema globale di monitoraggio della fame sostenuto dall’Onu. I dati sono drammatici: a Gaza ci sono 132mila bimbi palestinesi sotto i cinque anni a rischio a causa della malnutrizione. Lo spettro della fame riguarda in totale mezzo milione di persone che diventeranno presto 641mila. Secondo il report «il tempo del dibattito e dell’esitazione è passato, la fame è presente e si sta diffondendo rapidamente», già a settembre «si estenderà a Deir al-Balah, nel centro della Striscia, e a Khan Younis, nel Sud».