Era in vacanza a Sabaudia la donna di sessantasette anni morta per la puntura di un calabrone. Cinzia G. era arrivata da Roma per passare qualche giorno di vacanza ma all’improvviso si è sentita male. È successo tutto in pochi istanti nella giornata di martedì, ormai quattro giorni fa.

Un malore improvviso, lei che si accascia a terra, forse senza neppure capire cosa stia succedendo. L’arrivo dei soccorsi, tempestivo, con un’ambulanza del 118 che arriva sul posto accompagnata da un’auto medica. La donna ha perso conoscenza. Viene stabilizzata e portata al Goretti in codice rosso, ma all’arrivo in ospedale va in shock anafilattico, una reazione violenta e fulminea, difficile da arrestare.

Per salvarla i medici dell’ospedale Santa Maria Goretti di Latina, dove arriva in arresto cardiaco, incosciente e senza polso, tentano di tutto. Provano a rianimarla, e poi a stabilizzarla e intubarla. Ma il danno è troppo grave, troppo serio. Due giorni dopo, giovedì, i medici del reparto di Rianimazione del nosocomio pontino, diretti dal primario Fabio Alfredo Nania, ne dichiarano la morte cerebrale.

Un verdetto che pesa come un macigno, in particolar modo per la sua famiglia. La donna, tuttavia, quando era ancora in vita aveva espresso il suo assenso affinché, se le fosse accaduto qualcosa, i suoi organi sarebbero stati donati. Era una cosiddetta "donatrice in vita", avendo dato il suo consenso attraverso un "sì" al momento del rinnovo della carta d'identità: in questo frangente, infatti, è possibile esprimere il proprio consenso alla donazione tramite la compilazione di un modulo, con la dichiarazione che viene trasmessa al Sit, il Sistema informativo trapianti, anche se non risulta visibile sul documento.