Chiamatele minacce. Oppure sfide. O, se volete essere ottimisti, opportunità. Sta di fatto che le banche centrali hanno almeno due problematiche da affrontare: la prima riguarda gli attacchi alla loro indipendenza (soprattutto negli Stati Uniti), la seconda il proliferare delle cosiddette stablecoin. Su entrambi i fronti le sfide sono complesse. E la posta in palio enorme: le banche centrali devono mantenere efficace la loro azione di politica monetaria (necessaria per tenere in salute l’economia di ogni Paese) e, dunque, la sovranità monetaria. Le notizie degli ultimi giorni, dai ripetuti attacchi di Trump alla Fed fino alla guerra delle stablecoin in cui ora entra anche la Cina, dimostrano che su entrambi i fronti le sfide sono già nel vivo.
Gli attacchi alla Fed
La minaccia all’indipendenza è la sfida maggiore negli Stati Uniti. Le pressioni della Casa Bianca sul presidente della Fed Powell, affinché tagli i tassi, sono ormai arrivate a livelli estremi. «È una persona stupida», ha detto Trump il 25 giugno. «È un idiota», ha ripetuto il 22 luglio. «Sta danneggiando le famiglie americane», ha aggiunto il 23 luglio. E questi sono solo alcuni esempi. Senza parlare dell’inchiesta avviata sulla ristrutturazione della sede della Fed, o della rosa di nomi che già circola per sostituire Powell. Fino ad arrivare alle richieste di dimissioni, di questi giorni, del consigliere Fed Lisa Cook per presunte scorrettezze su alcuni mutui. Qui la posta in gioco non è Jerome Powell. Né Lisa Cook. Ma l’indipendenza della banca centrale americana. Diceva l’ex presidente della stessa Fed, Ben Bernanke, che la politica monetaria si fa all’80% con le parole: sono le parole dei banchieri centrali a guidare i mercati e dunque a dare efficacia alle manovre sui tassi. Ma se le parole non sono credibili, perché il mercato pensa che la banca centrale si muova per assecondare desideri politici e non in linea col suo mandato, allora la stessa politica monetaria rischia di perdere efficacia.








