Prima la Guardia nazionale e l’esercito mandati a presidiare le strade di Los Angeles per reprimere le manifestazioni pro-immigrati. Poi il tentativo, parzialmente rientrato, di assumere il controllo della polizia di Washington DC. È guerra ormai aperta quella che l’amministrazione Trump ha dichiarato alle città amministrate dai democratici. Da Seattle a Minneapolis, da Baltimora a Chicago, appare chiaro che il presidente Usa sta cercando in ogni modo di limitarne autonomie e diritti. Il conflitto promette di allargarsi nei prossimi mesi e molti sindaci si stanno preparando: crimine e immigrazione sono le due questioni su cui, con ogni probabilità, si impernierà lo scontro.

L’attacco di Trump alle città, in particolare quelle a guida democratica, non giunge inatteso. Nel 2020 l’allora presidente, in dirittura d’arrivo del primo mandato, disse di rimpiangere di non aver represso in modo più deciso gli incidenti scoppiati dopo l’assassinio di George Floyd. Nel 2024, in campagna elettorale per tornare alla Casa Bianca, Trump ha spesso rappresentato le città rette dai liberal come luoghi travolti da illegalità, crimine, insicurezza, sporcizia, inefficienza. Dal suo programma emergeva la volontà di “dispiegare le forze federali, compresa la Guardia nazionale, per restaurare la legge e l’ordine, quando le autorità locali rifiutano di agire”. La stessa presa di potere sulle città poco propense a piegarsi alle politiche del governo federale la si può ritrovare nel Project 2025, il manifesto redatto sotto gli auspici della Heritage Foundation che riassume e continua a ispirare molte delle politiche conservatrici cui stiamo assistendo in America. Nel Project si parla apertamente di togliere i fondi federali ai centri che si rifiutano di sottostare agli ordini di deportazione dei migranti illegali.