Un ambiente povero di ossigeno, simile quelli del campo base del Monte Everest, potrebbe essere la chiave per affrontare e persino invertire la malattia di Parkinson. Uno studio della Harvard Medical School, pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, ha dimostrato che processi cellulari difettosi nel cervello causano un accumulo di molecole di ossigeno in eccesso, che porta ai sintomi del Parkinson. Secondo i ricercatori, l’eccesso di ossigeno sembra causare la rottura delle cellule nel cervello e questo potrebbe voler dire che limitare la presenza di ossigeno potrebbe aiutare a rallentare o invertire i sintomi.

I pazienti con il Parkinson soffrono di una progressiva perdita di neuroni nel cervello, che provoca tremori e rallentamento dei movimenti. La malattia colpisce oltre 10 milioni di persone in tutto il mondo, circa 250mila in Italia con una prevalenza di circa 300 casi ogni 100.000 abitanti. I neuroni colpiti dal Parkinson tendono ad accumulare aggregati proteici tossici chiamati corpi di Lewy. Alcune ricerche suggeriscono che questi aggregati interferiscono con la funzione dei mitocondri, le centrali elettriche della cellula. Studi di casi aneddotici hanno dimostrato che le persone affette dal morbo di Parkinson sembrano stare meglio ad altitudini elevate. “Sulla base di queste prove, ci siamo interessati molto all’effetto dell’ipossia sulla malattia di Parkinson”, afferma l’autore dello studio, Fumito Ichinose. “Abbiamo visto per la prima volta che un basso livello di ossigeno – continua Vamsi Mootha, un altro autore dello studio – poteva alleviare i sintomi cerebrali in alcune malattie rare in cui sono colpiti i mitocondri, come la sindrome di Leigh e l’atassia di Friedreich… Questo ha sollevato la domanda: potrebbe lo stesso essere vero anche per le malattie neurodegenerative più comuni come il Parkinson?”.