di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Il settore degli affitti brevi turistici è stretto in un labirinto di divieti, ricorsi e conflitti istituzionali. Con il governo che impugna leggi locali e Regioni e Comuni che stringono le regole
Gli affitti previ sono diventati un nuovo campo di battaglia tra Governo, Regioni e Comuni. Ogni livello istituzionale tenta, infatti, di imporre regole proprie, dando vita a un quadro frammentato che confonde cittadini (molti lo stanno sperimentando questa estate) e operatori, alimentando una spirale di ricorsi al Tar e alla Corte Costituzionale. Da Firenze a Bolzano, passando per la Sicilia, le norme locali si sommano a quelle nazionali, spesso in contrasto con esse, trasformando il settore in una giungla di adempimenti.
Il nodo centraleIl riferimento di base resta il D.L. 50/2017, che disciplina le locazioni brevi fino a 30 giorni, anche a fini non turistici (sopra il mese, è necessario registrare il contratto all’Agenzia delle Entrate perché non parliamo più di locazioni a breve termine). Su questo impianto (leggi qui la guida) si innestano le norme fiscali introdotte con la legge di Bilancio 2024 (dalla cedolare secca al 21% fino al 26% per più immobili) e gli obblighi di tracciabilità affidati alle piattaforme digitali. Da quest’anno, come sappiamo, è obbligatorio il Codice Identificativo Nazionale (Cin) per ogni immobile: misura pensata per la trasparenza, ma che ha già provocato un calo dell’offerta e maggiori costi di gestione.






