di Paolo Gallo
Lo ha ammesso lei stessa, in un fuorionda alla Casa Bianca durante l’incontro con Donald Trump, poi diventato virale: Giorgia Meloni ha confessato di avere difficoltà a confrontarsi con la stampa italiana. Una frase che, sebbene pronunciata in un contesto informale, rivela molto più di quanto la premier avrebbe probabilmente voluto: non un semplice imbarazzo personale, ma il sintomo di un rapporto problematico con il controllo democratico, con il dissenso e con l’obbligo della rendicontazione pubblica.
Non è un mistero che Meloni preferisca i monologhi ai dialoghi. Il suo modo di comunicare passa per canali diretti, video registrati, dichiarazioni “a distanza” e un uso spregiudicato dei social, strumenti che le consentono di evitare il contraddittorio, di sottrarsi alle domande scomode e di esercitare un controllo totale sulla narrazione di sé stessa e del suo governo. In questo contesto, ammettere l’imbarazzo davanti alla stampa non è una debolezza personale: è la conferma di una strategia politica che punta a depotenziare il giornalismo come cane da guardia del potere.
Il problema non è che Meloni “non ami” i giornalisti: è che li percepisce come un ostacolo alla propria leadership carismatica. Chi governa in democrazia deve accettare che la stampa possa essere fastidiosa, pungente, perfino ostile. È l’essenza del patto democratico: chi esercita il potere deve rispondere pubblicamente delle proprie scelte. Non farlo significa trasformare il ruolo istituzionale in una sorta di regno personale, dove le decisioni si comunicano dall’alto e i cittadini sono ridotti a spettatori passivi.








