La libertà comincia su un’autostrada aperta. Non ricordo chi lo scrisse, ma ogni automobilista ligure dovrebbe conservare questa frase ben in evidenza sul cruscotto. Magari incisa a fianco della foto dei propri cari sulla calamita che, una volta, si poneva sulla plancia. Per contro, un’autostrada chiusa è schiavitù.

Sia i liguri, sia i forestieri che hanno il coraggio di attraversare la regione o perfino visitarla, sono schiavi. Alla viglia di ferragosto l’unica autostrada a più corsie che collega Genova al nord Italia è stata chiusa a lungo. Sulla A26, uno schianto tra camion che prendono fuoco ha insaccato chilometri di veicoli in una giornata giù bollata di rosso. Una giornata particolare: il settimo anniversario del crollo di Ponte Morandi.

La situazione della viabilità ligure, dopo sette anni, è insopportabile. Opere autostradali attese da trent’anni, dalla Gronda di Genova alla bretella tra Predosa e Albenga, sono mutate da aspettativa in sogno, da sogno a incubo. E le manutenzioni cosiddette straordinarie continuano a martirizzare tutti i tracciati.

Per troppo tempo la gente ha messo la testa sotto la sabbia imitando lo struzzo che, in realtà, si difende meglio di quanto si creda. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ora basta, bisogna reclamare provvedimenti drastici, articolati, decisivi. Le cose non sono semplici, ma si può cominciare con semplicità, prerequisito dell’affidabilità. Tre vie “semplici” sono le restrizioni al traffico pesante, il controllo di polizia, la integrazione logistica.