La finale dei sogni dura ventitrè minuti di puro incubo. Da una parte il cavaliere elettrico, Carlos Alcaraz, dall’altra il fantasma di Jannik Sinner, per un pomeriggio in cui la storia si ribalta, la nemesi di se stesso.

Cincinnati è amara, come le premesse che hanno preceduto la follia di un match per il titolo programmato di lunedì, mentre a New York scattavano le qualificazioni dell’Open Usa. Ma all’inizio sembra l’incipit del romanzo che amiamo: l’incrocio tra i due predestinati, le foto di rito, Jannik che vince il sorteggio e sceglie di servire, Carlitos che taglia il campo con piccoli sprint brucianti, alla maniera dell’avo Nadal. Il baco del sistema, invece, si manifesta immediatamente.