Nel pieno del riassetto del sistema bancario italiano, nelle stesse ore in cui Mediobanca ha ottenuto il via libera della Bce per poter procedere con un’offerta per Banca Generali e a pochi giorni da una decisiva assemblea, si è aperto nel mondo della finanza un acceso dibattito sui protagonisti che hanno fatto la storia di Piazzetta Cuccia e in particolare sulla figura di Vincenzo Maranghi. Maranghi è stato per decenni il delfino di Enrico Cuccia e, alla sua morte, il 23 giugno del 2000, ne raccolse l’eredità insediandosi alla guida della banca milanese. Mantenne le cariche sino al 13 aprile 2003 quando rassegnò le dimissioni nelle mani dei principali azionisti che, legittimamente, avevano deciso che Mediobanca dovesse aggiornare la sua missione, con una evoluzione più trasparente e meno personalistica della governance dell’istituto.
Maranghi, non appena capito di non avere più il sostegno dei soci, non esitò a farsi da parte. Lasciando la banca dopo oltre 40 anni, Maranghi non chiese nulla per sé. Rifiutò anche l’offerta di una buonuscita di 10 milioni. Una sola cosa chiese ed ottenne: che fosse garantita nel futuro l’autonomia di Mediobanca. E questo anche attraverso la nomina dei suoi due uomini più fidati, Alberto Nagel e Renato Pagliaro, ai vertici dell’istituto. Così avvenne. Ma la lezione di etica, di rigore, di stile e di signorilità, sembra essere stata dimenticata dai suoi delfini. Lo ha fatto notare, per esempio, Fabrizio Palenzona, che da vicepresidente di Unicredit è stato tra i protagonisti di quella stagione. A Nagel e Pagliaro ha ricordato che è stato Maranghi a consentirgli di guidare Mediobanca per 20 anni con «voluminosi stipendi e bonus».












