Il giorno della rabbia, delle manifestazioni, dello sciopero. Ma anche dei copertoni bruciati, dei blocchi stradali, dei picchetti e dei presidi in diverse città israeliane. Le proteste contro l’ormai imminente operazione a Gaza e in favore di un accordo che riporti a casa gli ultimi 50 ostaggi nella mani di Hamas (di loro solo una ventina sarebbero ancora in vita) si conclude con una trentina di arresti e una dura replica di Netanyahu. Il premier tira dritto e lancia una pesante accusa: «Coloro che oggi chiedono la fine della guerra non solo stanno irrigidendo la posizione di Hamas, ritardando il rilascio dei nostri ostaggi, ma stanno anche assicurando che gli orrori del 7 ottobre si ripeteranno e dovremo combattere una guerra senza fine».
Parole pesanti come macigni mentre le strade e le piazze da Tel Aviv a Gerusalemme si riempiono, attraversate da una forte onda emotiva che la diffusione delle ultime immagini degli ostaggi ha rinfocolato. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato all’iniziativa promossa dai famigliari degli ostaggi: «Se non li riportiamo indietro li perderemo per sempre», è stato il drammatico appello con l’invito al Paese a fermarsi.
Presìdi sono stati organizzati lungo le principali arterie, sotto la residenza di Netanyahu a Gerusalemme, e sotto le abitazioni di alcuni ministri nelle città di Kfar Saba e a Modiin. «Invece di ingannare l’opinione pubblica, di diffondere voci e diffamarci, riportateci e i nostri cari con un accordo e ponete fine alla guerra».











