Pippo Baudo aveva due toni di voce per gestire ogni situazione. Nel 1984 portò sul palco dell’Ariston gli operai in sciopero dell’Italsider
Pippo Baudo a Sanremo 2018, la sua ultima apparizione sul palco dell’Ariston
Genova – Il bello di Pippo Baudo, morto ieri a 89 anni, era la sua doppia voce. Ne aveva una per la televisione. E un’altra più bassa, che abbracciava tutta la platea durante le prove. Intendiamo del Festival di Sanremo. Il suo regno. Sì perché il re in Riviera aveva scoperto una sua vocazione: l’imprinting per l’evento della canzone italiana.
Ne ha condotti tredici, fra il 1968 e il 2008. Ha spodestato il bigottismo di chi nel Festival trovava sempre un buon spunto per tornare al passato. Ha moltiplicato le serate, sino a cinque. Ha inventato divi, ha valorizzato giovani, Giorgia su tutti. Ha stoppato arroganze che oggi passano facilmente. Con Baudo al timone, certe stranezze sopportate più di recente non sarebbero mai passate. Ma Ramazzotti, Giorgia appunto, Bocelli, Laura Pausini gli devono tutto.
E poi c’era quel vocione che risuonava all’Ariston: improvvisamente, mentre un cantante ce la metteva tutta per superare la paura se ne arrivava lui, in maglione, camicia e cravatta a smontare, a far ricominciare da capo: «Questa canzone è un dono dal cielo, secondo me dovresti farla così». E glielo spiegava pure.












