Domani Volodymyr Zelensky varcherà la soglia della Casa Bianca in un momento di svolta, ma anche di forte incertezza. Dopo il summit di Anchorage tra Donald Trump e Vladimir Putin, il presidente ucraino è chiamato a discutere una proposta che potrebbe ridisegnare il futuro del suo Paese: una intesa basata sulla cessione dei territori orientali alla Russia in cambio di garanzie di sicurezza. Trump ha comunicato ai leader europei di aver cambiato opinione sulla necessità di una tregua, a favore di un piano finale di pace, senza passi intermedi, che preveda la consegna a Mosca delle aree ucraine, anche alcune non ancora conquistate, seguita dall’interruzione delle ostilità e da una promessa scritta di non aggressione. Una promessa che però Putin ha già infranto nel passato.

«Ora tocca a Kiev» ha dichiarato Trump, cogliendo di sorpresa sia l’Ucraina sia l’Europa. Zelensky, in una dichiarazione, ha detto che a Washington «verranno discussi tutti i dettagli per mettere fine alle uccisioni e alla guerra», ma resta il forte dubbio che le condizioni delineate da Trump e Putin risultino inaccettabili dal Paese invaso nel febbraio del 2022. Fonti europee hanno fatto sapere di non aver avallato il cambio di linea: Londra, Parigi e Berlino hanno ribadito che il cessate il fuoco resta essenziale e minacciato nuove sanzioni a Mosca finché i bombardamenti continueranno. Oggi il francese Emmanuel Macron, il britannico Keir Starmer e il tedesco Friedrich Merz guideranno una videoconferenza della “coalizione dei volenterosi”, a cui parteciperà anche la premier Giorgia Meloni. L’incontro, annunciato dall’Eliseo, serve a coordinare le posizioni europee prima del faccia a faccia Zelensky-Trump, al quale Trump ha comunque invitato anche gli europei. Intanto il summit di Anchorage ha lasciato immagini potenti e controverse. E anche imbarazzanti: ieri, in un elegante albergo sono state trovate otto pagine con dettagli sul summit con tanto di marchio del Dipartimento di Stato Usa. Orari, contatti di funzionari, persino il menù del pranzo in onore di Putin (poi cancellato) sarebbero stati dimenticati in una stampante dell’hotel Captain Cook. Restano comunque molte altre immagini ben più forti: Putin è stato accolto con il tappeto rosso, scortato da jet americani e trasportato sulla Beast, l’auto blindata presidenziale. Un cerimoniale che i media russi hanno celebrato come un trionfo: dopo anni di isolamento, il leader del Cremlino è tornato su suolo americano senza cedere nulla di sostanziale, mantenendo un tono cordiale con Trump. Il New York Times ha scritto che Putin «ha ottenuto una vittoria ancor prima di atterrare negli Stati Uniti» e che ne è ripartito «senza alcuna concessione». Al termine dell’incontro, Putin ha elogiato il collega americano definendo la conversazione «franca e utile», e sostenendo che si era giunti «più vicini alle decisioni necessarie per porre fine alla guerra». Trump, dal canto suo, ha sorpreso i giornalisti reagendo con un sorriso all’invito a recarsi a Mosca: «È interessante, potrei anche farlo. Certo, mi attirerò qualche critica». Negli Stati Uniti non sono però mancate le voci critiche. Alcuni editoriali hanno parlato di una vittoria simbolica per Putin e di una concessione politica eccessiva di Trump nell’abbandonare la richiesta di un cessate il fuoco già concordata con gli alleati europei e da lui stesso definita come «sine qua non» in una intervista appena prima di accogliere Putin. La Russia da tempo insiste per un accordo di pace diretto che comprenda un ampio ventaglio di questioni e imponga pesanti condizioni a Kyiv, tra cui concessioni territoriali. L’assenza di un cessate il fuoco le consente di continuare a sfruttare il vantaggio militare sul campo e ad avanzare nella regione che vuole assimilare. A Kyiv, la notte dopo Anchorage è stata segnata da nuovi attacchi: l’aviazione russa ha lanciato decine di droni e un missile balistico.