Il cruciverba arrivò da noi nel 1925. Da allora è il passatempo dei pomeriggi troppo azzurri e lunghi. Insieme a rebus, sudoku...
di Stefano Bartezzaghi
Sedia a sdraio. Sotto l’ombrellone. Sulle spiagge, ma anche nelle valli, tra i monti e le colline. Il sole, l’ozio, le ore canicolari da passare all’ombra, lo svincolo dagli obblighi feriali, l’attesa del momento in cui entrare in mare, l’attesa del gong con cui la pensione richiama in sala da pranzo per l’inizio del servizio... Nella tipica villeggiatura estiva l’organizzazione del tempo sembra perfettamente propizia ai ludi cartacei dell’enigmistica. Almeno così è nella tradizione. E allora ci si ricorda di quel vecchio di film di Daniele Luchetti in cui Margherita Buy interpretava una ragazza appassionata di enigmistica che proponeva indovinelli ai bagnanti su una spiaggia adriatica, tramite la radio dello stabilimento balneario (La settimana della Sfinge, 1990).
E pensare che l’enigmistica ha avuto una fondazione tutt’altro che ludica: in quel film la Sfinge si reincarnava tanto graziosamente nella giovane Buy ma in origine era un mostro sanguinoso e maligno, una maledizione con cui gli dèi punivano l’intera città di Tebe, per inadempienze gravi: “L’enigma che risuona dalle mascelle feroci della Vergine”, dice Pindaro. Ma si era ancora nell’antichità quando l’enigma aveva fatto in tempo a diventare indovinello, genere più innocuo e per niente sacro. Passarono i secoli, i millenni, sino alle generazioni a noi subito precedenti. Con la stampa quotidiana e periodica e il suo primo boom di fine Ottocento una quantità di giochi derivati da enigmi antichi e combinatorie e cabalismi vari si è costituita come passatempo ormai immensamente lontano dalle sue cupe origini sapienziali.







