Da antica festa in onore dell’imperatore Augusto a data dell’Assunzione di Maria. Da ricorrenza religiosa a transumanza stagionale del popolo vacanziero. Da rito sacro al riposo dei contadini e degli operai a nuovo Capodanno della società del tempo libero. Sono le metamorfosi del giorno simbolo delle ferie. Che sospende ogni attività lavorativa e mette in stand by la società intera. In attesa di quella rigenerazione dei corpi e delle anime che segue ogni dì di festa. Soprattutto se si tratta di una festa che fa girare i cardini dell’anno, di un accapo del calendario.

E perfino adesso che il nostro lavoro, proprio come il nostro tempo, si è fatto liquido, interinale, parcellizzato, precario, occasionale, a progetto, part time, il 15 agosto conserva una sua sacralità surriscaldata e stralunata, stremata e stressata. Un raptus collettivo, come lo definiva Pasolini, una frenesia liturgica da rito di passaggio stagionale, da Capodanno senza zampone, ma con obbligo di cenone. In parte perché la pausa dal lavoro non è un’eccezione negoziata, né una concessione occasionale, né un’una tantum. Ma un diritto garantito per la prima volta nel 1936 da una legge rivoluzionaria votata dal Parlamento francese che prevede 15 giorni di vacanze pagate per tutti. E l’anno successivo approfittando dei biglietti ferroviari a prezzi politici, oltre un milione dei nostri cugini d’Oltralpe parte per le vacanze.