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Ultimo aggiornamento: 15:09

Devo confessarlo: non ho mai creduto fino in fondo alle “amicizie” tra leader mondiali. Quelle strette di mano esagerate davanti ai fotografi, le dichiarazioni piene di enfasi, le standing ovation studiate al millimetro. Di solito, dietro quei sorrisi ci sono trattati incompiuti, diffidenze reciproche e una buona dose di cinismo. Però, quando Donald Trump e Narendra Modi si sono mostrati insieme sul palco di “Howdy Modi” in Texas, nel 2019, un po’ ho vacillato. Lì, in quello stadio gremito, ho pensato: “Ok, qui c’è chimica vera”. Modi era il primo leader straniero a ricevere un’accoglienza da rockstar in America con un presidente Usa accanto, e Trump sembrava sinceramente divertito da quella folla oceanica che urlava il suo nome.

Poi, l’anno dopo, Trump vola in India. Modi lo accoglie come si accoglie un fratello maggiore tornato a casa: parate chilometriche, fiori, discorsi infarciti di elogi. A mio avviso, in quel momento entrambi erano convinti che la loro alleanza avrebbe retto a qualsiasi scossa. Trump aveva trovato in Modi un alleato prezioso per la strategia anti-Cina, Modi vedeva in Trump il biglietto di prima classe per consolidare l’India come potenza globale. Sembrava una partnership destinata a durare.