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Il partito sovranista britannico Reform UK arriva da un periodo molto positivo. Da tre mesi è stabilmente primo nei sondaggi e ha allargato il vantaggio, sia sui Laburisti al governo sia sui Conservatori, dopo aver ottenuto un risultato eccezionale alle elezioni locali di maggio. Quest’estate Reform però ha incontrato i suoi primi veri problemi: anche come conseguenza del suo successo, infatti, sono nati movimenti che aspirano a fargli concorrenza da destra e accusano il leader Nigel Farage di essersi troppo ammorbidito.
La retorica di Farage in realtà è rimasta la stessa: populista e anti-migranti. Non è affatto detto che questi movimenti abbiano il potenziale per impensierire Reform, che ormai è un partito strutturato, ma sono uno sviluppo rilevante per varie ragioni. Da un lato le critiche provengono da ambienti di estrema destra che per anni avevano visto in Farage il loro riferimento e ora ne mettono in dubbio le credenziali anti-establishment. Dall’altro, i due principali movimenti sono in pratica scissioni di Reform, fatte in aperto dissenso con Farage e con lo stile della sua leadership.
Il primo movimento, nonché quello più significativo, si chiama Restore Britain (“Ripristinare la Gran Bretagna”, nel senso di riportarla a un presunto antico splendore). L’ha fondato Rupert Lowe, che era stato uno dei cinque deputati fatti eleggere da Reform alle elezioni di un anno fa. Lowe se n’era andato dopo essere stato sospeso dal partito a marzo durante quella che la rivista New Statesman definì «la guerra civile di Reform». Aveva contestato Farage in un’intervista al tabloid Daily Mail, sostenendo che Reform dovesse smettere di essere «un partito di protesta guidato dal Messia».






