Caro Corriere,
con molto piacere apprendiamo che Ferrero ha acquistato Kellog’s per la cifra monstre di 3,1 miliardi di dollari. Una volta tanto è il nostro micro capitalismo a fare shopping all’estero e non viceversa: si dirà che ciò è un’eccezione perché le PMI italiane in generale troppo piccole non possono certo fare strategie di acquisizione di questo tipo ma rimane quella forma di orgoglio nazionale che ci fa pensare che anche noi italiani «possediamo» qualche marchio importante nella giungla della globalizzazione.
Luca Testera Pardi
Caro Pardi,
L’ultima acquisizione della Ferrero negli Stati Uniti racconta di un’Italia in grado di crescere sui mercati internazionali, nonostante l’arretramento (più evocato che reale) della globalizzazione. Qualche anno fa si usava un’espressione molto precisa per definire le medie imprese italiane che crescevano all’estero, venivano definite «multinazionali tascabili», capaci pur con dimensioni non paragonabili ai giganti, di sviluppare una propria presenza internazionale. È finita quella stagione? Sembra proprio di no. Le imprese italiane continuano a investire all’estero, dall’Unione europea agli Stati Uniti e in molti casi a vendere all’estero, con punte che arrivano al 90% del fatturato. Del resto l’economia italiana, dalle sue origini è stata un’economia aperta. Per questo i dazi sono un elemento di instabilità. Qualche numero: gli investimenti diretti all’estero dall’Italia nel 2023 sono stati pari a 556 miliardi, 63 verso gli Stati Uniti, 46 verso la Spagna, 40 verso la Germania. In questi dati sono incluse sia le partecipazioni industriali che gli investimenti finanziari. E forse bisognerebbe ragionare su come indirizzare al meglio il risparmio degli italiani verso le imprese. Per farle crescere (anche all’estero) più velocemente.






