La lotta contro il fuoco che da giorni sta devastando il Vesuvio, ha le facce di Silvano, Vincenzo e Nicola, che presidiano i sentieri e affiancano la Protezione Civile. Ha il passo veloce di Giulia, guida esperta del Parco, che ieri ha accompagnato le squadre lungo il Vallone della Profica, e di Umberto, guida espertissima che conosce il vulcano come le sue tasche. Ha la resistenza di Nicola e Andrea, appostati alle Ciaramelle di Boscotrecase per monitorare il fronte, e di Francesco, che pure aveva lanciato l’allarme giorni fa, con i primi focolai.

Quanto avvenuto è anche una catastrofe sottovalutata. O comunque un disastro che poteva essere ridimensionato sul nascere. Sia nella fase più recente, quella legata alla comparsa dei primi focolai di incendio; sia nella fase amministrativa, quella che attiene alla programmazione della prevenzione, quando, in pieno inverno, si tratta di allestire argini contro gli incendi di estate. È questo lo scenario che si materializza sotto gli occhi degli inquirenti cui spetta il compito di individuare eventuali responsabilità dello scempio che si è abbattuto sul Vesuvio.

L’inchiesta è condotta dalla Procura di Nola, sotto il coordinamento del procuratore Marco Del Gaudio che sta guidando le indagini sulla scorta delle informative dei carabinieri specializzati nelle verifiche in campo forestale. Primo obiettivo è capire cosa è successo. Se ci sono stati focolai accidentali, quindi di natura colposa, o se - nella probabile fase di smarrimento delle prime ore - non si sia inserita anche un’azione dolosa. Una mano capace di alimentare le fiamme, per poi lucrare sul business della rimozione dei rifiuti. Verifiche in corso, in attesa dei primi sviluppi investigativi, prende forma tra gli inquirenti una suggestione amara: quella secondo la quale si poteva fare di più e subito, a partire dalla comparsa dei primi focali. Restiamo in quell’area di macchia mediterranea che unisce Terzigno a Ottaviano.