Questa è una storia che parla di acqua. Il 13 agosto 1935, novant’anni fa in questi giorni, un violentissimo temporale tra Piemonte e Liguria si rovescia sull’alto corso del torrente Orba.

Al colmo, in località Ortiglieto, ci sono un lago artificiale e una diga per la produzione di energia idroelettrica, messa in funzione una decina di anni prima. La pioggia è potente e il bacino si riempie alla svelta. Alle 7 del mattino il sorvegliante Abele De Guz contatta la centrale a valle, nel comune piemontese di Molare. Utilizza la linea telefonica interna, l’unica che ha a disposizione. Segnala che il livello dell’acqua nel lago è salito a quota 311 metri. Tanti, considerando che il massimo è 322, e la pioggia non accenna a calare. Alle 8, quota 312. Alle 9, i metri sono 313. Alle 10, la misura è 318.

Per diminuire la pressione sulla struttura, il sorvegliante comincia allora la manovra prevista in questi casi, sbloccando una grossa valvola a campana. Dovrebbe lasciar defluire 160 metri cubi d’acqua al secondo, ma alle 10:25 smette di funzionare. Ci sarebbe un secondo scarico sul fondo, però non è mai stato collaudato e non si può usare. Alle 10:45 l’acqua raggiunge la linea di sfioro e defluisce nei dodici poderosi sifoni a caduta. Ma il bosco intorno, quel che resta della foresta urba descritta da Paolo Diacono nell’VIII secolo, è di roveri e castagni e il nubifragio ha trascinato nel lago tronchi e detriti che ostacolano la fuoriuscita.