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Due mesi sono tanti: Hamas ha tempo di ripensare al suo rifiuto e riaprire la strada a qualche trattativa. Netanyahu lascia aperta la possibilità di riaprire una trattativa, e nel suo programma non ha parlato di nuovo di "tutti" i rapiti
Certo, la tentazione pavloviana di accettare la chiamata populista della parola "pace", di saltare indietro scandalizzati di fronte alla "occupazione" (anche se è poi è diventato "controllo territoriale" ridotto nello spazio), di infischiarsene dei fatti è grande. Anche se il biasimo verso Israele significa ignorare i fatti, o fingere di ignorarli: battere un'organizzazione terroristica pericolosa per il mondo intero. È difficile, rischioso, ma che fare altrimenti? Di questo non si sente eco, non c'è discussione sulla sostanza. L'ha detto molto chiaramente Rubio, il segretario di Stato americano: quando Israele era sull'orlo di recuperare gli ostaggi, Hamas ha chiuso con un no le svariate trattative, le proposte di Witkoff (10 ostaggi) e di Netanyahu (tutti gli ostaggi), dopo che Macron ha proposto il riconoscimento dello Stato Palestinese che lo ha rifornito di nuovo del consenso di cui aveva bisogno. Anche Hamas ha chiesto uno Stato palestinese e ha anche rivendicato il 7 ottobre come ragione della sua vittoria sull'opinione pubblica. Non c'è in Europa chi non condanni senza ragionare il progetto di allargare il fronte a Gaza City: un altro tassello al biasimo contro il primo ministro israeliano, che porta sempre con sé, sui giornali e nei partiti, un bottino di consenso. Si è voluto dire che anche l'America dissente citando JD Vance, e non è vero: il vicepresidente americano sostiene il punto di vista israeliano, ammette solo che ci sia qualche "parere diverso". Punto.






