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Meloni non chiede l'abolizione del rischio: chiede l'equilibrio tra controllo e libertà, tra critica e lealtà, tra il diritto di criticare e il dovere di non diventare l'ago di una serratura

In un'epoca in cui le battaglie politiche si combattono con tweet, clickbait e decalcomanie di retorica, Giorgia Meloni avanza come una comandante ferma sull'aia del potere. Non è una guerra qualunque: è quella in cui il nemico non è solo un partito avversario o una legge da piegare, ma la grammatica stessa della stampa e della magistratura, armate fino ai denti di sentenze, editoriali e dossier che sembrano leggere il futuro al posto dei giudici. Meloni arriva al confronto con la corazza dei suoi slogan, la voce alta e la determinazione di chi sa che la realtà non si piega ai sussurri del conformismo. Il problema, però, è che l'alleato storico il capo dello Stato sembra aver scelto la tribuna di riguardo, il cappuccino in mano, e un ruolo da commentatore più che da generale in campo. E qui, senza troppa teatralità, si capisce che la vera battaglia non è contro un partito o una riforma: è contro l'idea stessa di un potere che pretende di scrivere la storia a colpi di comunicati.