Venezia è, nell’immaginario universale, il museo a cielo aperto più affascinante del mondo. Una definizione che da sola ne restituisce la straordinaria unicità e che, alla luce della sua storia e del suo ruolo, imporrebbe un riconoscimento giuridico speciale. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Perché Venezia è una città viva, abitata da 50 mila cittadini, fatta di persone, relazioni, istituzioni, economia.

È capoluogo di una delle Regioni più dinamiche del Paese, erede di una Repubblica che per estensione, influenza culturale e peso geopolitico fu seconda solo all’Impero romano. Da questa eredità millenaria si è formata la Venezia di oggi, Patrimonio dell’Umanità, simbolo assoluto nel panorama globale, meta sognata da milioni di visitatori e punta di diamante di un sistema turistico che in Veneto genera oltre 73 milioni di presenze ogni anno. Un’identità unica, profondamente italiana e al contempo universale, che rende Venezia il fulcro simbolico e culturale dell’intera area adriatica.

Tuttavia, la sua amministrazione è oggi imbrigliata da un impianto normativo pensato per realtà urbane ordinarie, incapace di coglierne l’eccezionalità. È tempo, seppure tardivamente, di riconoscere che Venezia è una città fuori scala, che necessita di un trattamento istituzionale altrettanto straordinario. Parlare di Venezia come “Città-Stato” non significa proporre un richiamo romantico alla Serenissima, né tantomeno formulare una provocazione ideologica. È piuttosto l’individuazione di una via concreta, urgente e necessaria, per assicurare alla città strumenti adeguati alla sua sopravvivenza e al suo rilancio. In Europa non mancano i precedenti: Berlino, Bruxelles, Amburgo e Vienna sono esempi virtuosi di città stato, dotate di statuti speciali, capaci di coniugare autonomia amministrativa e responsabilità internazionale in contesti urbani complessi e identitariamente forti.