Northvolt, ultimo atto. Si è chiuso definitivamente un capitolo ambizioso della storia industriale europea. La produzione di batterie per automobili elettriche a Skellefteå, nel nord della Svezia, si ferma per sempre. Avrebbe dovuto essere la risposta dell’Europa al dominio cinese nel settore delle batterie. Evidentemente non è andata secondo le previsioni e gli auspici.
La società, dichiarata fallita lo scorso 12 marzo con un debito vicino ai 7,5 miliardi di euro, rappresentava molto più di una semplice impresa. Era il simbolo di un progetto più ampio: l’idea che l’Europa potesse conquistare una propria indipendenza tecnologica in un settore cruciale per la transizione energetica. Fondata nel 2016 da ex manager di Tesla – tra cui l’italiano Paolo Cerruti – Northvolt aveva saputo attrarre circa 15 miliardi di euro tra fondi europei e investimenti privati, da nomi come Volkswagen e Goldman Sachs, diventando la startup industriale più finanziata di tutta l’Unione europea.
Ma col tempo, quello che sembrava un sogno condiviso si è trasformato in un’agonia lenta. Dei 900 dipendenti presenti nello stabilimento svedese prima del fallimento, oggi ne rimangono circa 300, in gran parte operai. Da domani anche loro rimarranno a casa, mentre una manciata di tecnici si occuperà della manutenzione dei macchinari. In totale, oltre 5.000 lavoratori sono stati coinvolti direttamente o indirettamente nella crisi, tra cui circa 1.800 iscritti al sindacato IF Metall.






