C’è un obiettivo secondario che la riforma per la formazione dei “camici bianchi” porta con sé, che poi proprio secondario non è in un Paese dagli alti abbandoni universitari come il nostro. Ed è la possibilità di far valere in un secondo corso di laurea, appartenente a un’area “affine”, l’esperienza e, soprattutto, i crediti maturati durante il primo semestre aperto di Medicina. Al momento dell’iscrizione, infatti, tutti i candidati hanno dovuto indicare una seconda facoltà come possibile e preventivo “piano B” su cui ripiegare in caso di mancato accesso al secondo semestre. Dando così anche un senso alla legge (la 33 del 2022) sulla “doppia laurea”, che in tre anni di esistenza aveva trovato un’applicazione veramente limitata.

Fatta la premessa che una volta arrivati al dunque le future matricole potranno eventualmente cambiare idea e scegliere di immatricolarsi un terzo corso ancora, vedendosi riconoscere i Cfu previsti dai singoli regolamenti di ateneo, per ora le maggiori preferenze tra i corsi “affini” individuati dai 53mila e passa studenti iscritti a Medicina sono andate a un terzetto composito. Che vede in prima posizione la laurea triennale in Biotecnologie (la cosiddetta L-2), con il 27,5% delle preferenze. Alle sua spalle - prima tra le 12 professioni sanitarie individuate in via preliminare dalla riforma e suscettibili di essere riviste nei prossimi anni accademici, ndr - si piazza Infermieristica con il 20,4% delle indicazioni. A occupare il gradino più basso del podio è una magistrale (la Lm-13 in Farmacia e farmacia industriale) che, forte del suo 18,4%, precede in un soffio la triennale in Scienze biologiche (L-3), che si ferma al 18,2.