Dieci anni fa forte del risultato eccezionale che l’AKP ottenne alle elezioni locali, Erdoğan sorprese il mondo con un comunicato in nove lingue tra cui armeno e russo, sul massacro degli armeni compiuto dall’Impero Ottomano durante la prima guerra mondiale. Il comunicato esprimeva le condoglianze della Turchia al popolo armeno e parlava di un “dolore condiviso”. Si è trattato del primo messaggio di questo genere da parte di un leader turco e venne diffuso alla vigilia del 24 aprile, data simbolica in cui - in Armenia e nelle diverse città del mondo dove forte era la presenza della diaspora armena - si celebravano le vittime di quello che, secondo Erevan, è stato il primo genocidio della storia moderna. Senza se e senza ma, a differenza delle nominalistiche definizioni e querelle odierne sulle violenze israeliane a Gaza. Dunque non sorprende nel pittoresco e cromaticamente pastelloso e caramelloso distretto di Kuzguncuk a Istanbul vedere affiancate una all’altra una moschea, una sinagoga e una chiesa armena abbracciate dal XIX secolo. Un unicum nella grande mega-metropoli che neanche riesce a numerare i suoi abitanti tanto sono gli arrivi continui - anche profughi di guerre in corso - da est e da sud (meno da Occidente). Quindici milioni? Di più?