Le scelte politiche sono insindacabili: ciò significa che le decisione di affrontare e risolvere una questione optando per una soluzione oppure per un’altra non è sottoposta a controlli o giudizio di altra autorità. Al massimo può essere contrastata in sede politica da chi la pensa in maniera diversa.

Ma le scelte politiche si concretizzano poi in provvedimenti, vuoi legislativi, vuoi di carattere amministrativo e questi possono, anzi devono essere sottoposti ad un controllo. E l’attività di controllo spetta ai giudici: le leggi possono essere dichiarate non conformi alla Costituzione o alle norme europee; la loro applicazione più essere censurata in quanto errata, abnorme, discrezionale e così via.

La democrazia funziona così, con pesi e contrappesi, a garanzia di un equilibrio di poteri che possa tutelare anche i più deboli, e non solo i ricchi e potenti.

Sorprendono dunque le polemiche che si sono scatenate attorno alle sentenza della Corte di Giustizia europea in materia di migranti del 1 agosto, che si è limitata a confermare principi ben conosciuti a qualsiasi studente del primo anno di Giurisprudenza.

La Corte ha ricordato che uno Stato europeo può designare attraverso atto legislativo i Paesi considerati sicuri, nei quali rimpatriare con procedura accelerata i richiedenti di protezione internazionale a cui vengono respinte le domande. A condizione che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo da parte dei giudici nazionali. Inoltre ha precisato che I Paesi dichiarati sicuri lo devono essere in tutto il loro territorio e per tutte le persone, e non solo in parte o per alcuni. E che i criteri in base ai quali vengono dichiarati sicuri devono essere esplicitati con chiarezza e precisione, così da poter essere soggetti a controllo da parte dei giudici.