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6 AGOSTO 2025
Ultimo aggiornamento: 16:59
Non più (e non solo) un algido assistente virtuale che scrive e-mail o riassume documenti. Ma un amico fidato che prova a comprenderti: con l’obiettivo – a seconda del modello – di consigliare o intrattenere. È la prossima frontiera della corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale: parola di Mark Zuckerberg. Il traguardo doveva essere l’AGI (che sta per “intelligenza artificiale generale”): su carta, un algoritmo in grado di replicare il funzionamento della mente umana. È l’incipit ideale per un libro di fantascienza. Ma nel secolo dell’IA, in cui tutto sembra possibile a scienza e tecnologia, il punto non è più tanto se ci si arriverà o meno, bensì quando. E soprattutto chi taglierà la linea d’arrivo per primo, ora che la competizione si è allargata anche a competitor cinesi e la risposta, naturalmente, si è caricata di implicazioni geopolitiche.
Queste sigle servono a decifrare l’alfabeto dell’IA. E fanno tutta la differenza del mondo. L’AGI non riuscirebbe, infatti, a sviluppare una coscienza di sé (come potrebbero immaginare i più fantasiosi). Un algoritmo “consapevole di sé” costituisce uno step ulteriore all’AGI nella scala evolutiva dell’IA: l’ASI, che sta per “artificial super intelligence”. Per ora i sistemi più diffusi – e commercializzati da Big Tech – sono “semplici” modelli di linguaggio avanzato (ANI), che si limitano ad emulare l’intelligenza umana. Ma non capiscono né “pensano” davvero. Sull’orizzonte temporale delle evoluzioni previste si sono sprecati annunci e pronostici di ogni segno. Tuttavia, al netto delle speculazioni, ad oggi la maggior parte degli esperti considera l’AGI un obiettivo alla portata dell’essere umano.






