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Il lancio di cibo e generi di prima necessità sulla Striscia di Gaza dagli aerei è un’operazione inefficiente, che non farà molto per alleviare le condizioni di malnutrizione e sofferenza dei palestinesi della Striscia. Negli ultimi giorni vari paesi europei hanno cominciato a organizzarne (inizierà presto anche l’Italia), sapendo comunque che è una misura di emergenza: il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha detto che «quantità sufficienti di aiuti possono essere fornite soltanto via terra».

L’esercito statunitense era arrivato a conclusioni simili già nel 1991, quando definì il lancio di cibo e altri beni via aerea «il meno efficace dei metodi di distribuzione». Accadde in seguito a un tentativo effettuato nella primavera di quell’anno, quando centinaia di migliaia di curdi dell’Iraq si erano rifugiati nelle zone di montagna vicine alla Turchia per sfuggire alla repressione del regime di Saddam Hussein. Gli Stati Uniti avevano quindi cominciato a lanciare aiuti per via aerea, dopo aver istituito con Gran Bretagna e Francia una zona di divieto di sorvolo per l’aviazione irachena.

I carichi paracadutati avevano però fatto grandi danni, con persone schiacciate e pacchi arrivati in zone minate. I rifugiati erano obbligati a corse per accaparrarsi i pacchi, che quindi non venivano ripartiti in modo equo. Dopo alcune settimane l’esercito interruppe i lanci e distribuì gli aiuti portandoli con gli elicotteri, prima di riuscire ad aprire una via terrestre per i camion. Da allora la distribuzione via aerea è stata di fatto accantonata per 30 anni, prima di essere nuovamente utilizzata a Gaza in questa guerra.