Mancano tre giorni al voto in Senato che, quantomeno in prima lettura, potrebbe cambiare le regole di un settore essenziale per il corretto funzionamento dello Stato italiano. Un comparto, che, da almeno trent’anni, è al centro di una costante tensione tra mondo dei togati e universo politico. Martedì Palazzo Madama darà il via libera alla riforma della giustizia. Separazione delle carriere, nuovo doppio csm, sorteggio, corte disciplinare e fine delle correnti e dei giochi di potere. Un’autentica rivoluzione, osteggiata, sin dagli albori, dalla magistratura. E, manco a dirlo, dalla sinistra. Basti ricordare Elly Schlein («governo impegnato nella delegittimazione del potere giudiziario») e Giuseppe Conte («l’esecutivo vuole mettere la mordacchia alla magistratura, è scandaloso»). In questi ultimi mesi parte della magistratura ha cercato di fare sentire tutto il loro potere. Cercando di frapporsi in alcuni passaggi essenziali della legislatura, con pronunciamenti e atti mirati. Tre gli esempi più eclatanti di vicende solo in apparenza processuali. Il primo riguarda il tentativo di boicottare il progetto Albania. Dopo un tira e molla, a colpi di sentenze e di impugnazioni dei trasferimenti nei centri di Gjader, lungo sei mesi, lo scorso 29 maggio è giunto il pronunciamento della Cassazione.
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