L’ultimo esempio arriva dal Texas, dove la coda della Tropical Storm Barry ha seminato, a partire dal primo weekend di luglio, distruzione e morte, effetto di piogge intense e inondazioni. Era la seconda tempesta tropicale della stagione atlantica, un meccanismo sempre più ricorrente: l’atmosfera più calda trattiene maggiori quantità di umidità, favorendo precipitazioni violente, concentrate in brevi lassi di tempo. Ma nubifragi intensi e alluvioni sono fenomeni quasi all’ordine del giorno a tutte le latitudini: non si tratta di semplici anomalie stagionali, ma di segnali tangibili di un cambiamento climatico che altera profondamente gli equilibri meteorologici.

Alluvione a Parshuram, in Bangladesh (21 luglio 2025, Zakir Hossain Chowdhury/NurPhoto)

Secondo la World Meteorological Organization, dal 2000 ad oggi i disastri legati alle inondazioni sono aumentati del 134% rispetto ai due decenni precedenti. E cresce anche il territorio a rischio: nel periodo 1991-2020 l’estensione spaziale delle inondazioni in Europa è incrementata dell’11,3%. Tutto ciò, naturalmente, ha un costo.

Secondo una ricerca pubblicata sul “Bull World Health Organ”, le alluvioni hanno colpito – dal 1990 al 2022 – più di 3,2 miliardi di persone, causando un numero superiore alle 218 mila vittime. Negli Stati Uniti nel 2024 le morti legate a inondazioni hanno superato la media dei precedenti venti anni, con 145 casi rispetto alla media storica di 85. E ci sono poi i costi economici: secondo uno studio dello United Nations Office for Disaster Risk Reduction già oggi le inondazioni generano perdite medie annue globali stimate in 388 miliardi di dollari, solo per le infrastrutture. Una cifra fatalmente destinata a salire di una percentuale compresa tra il 5% e il 13% entro il 2050, la seconda degli scenari climatici.