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Solinas racconta l'Africa della Blixen, l'Urss di Grossman ed Emil Cioran
La mia Africa era il film preferito da mia madre forse lo è ancora. Quando lo trasmettevano, mi obbligava a un estenuante tour tra leoni e melassa. Il film di Sydney Pollack era uscito nel 1985, mio padre avrebbe scelto la morte quattro anni dopo quanto a mia madre, nata a Milano, trasferitasi nella più cupa periferia torinese, fissava le Alpi lontane, inammissibili come fossero il Kilimangiaro: sognava di essere Karen Blixen. Ovviamente, come tutte, amava Denys Finch-Hatton, il figlio del Conte di Winchilsea interpretato, nel film, da un Robert Redford di cabalistica bellezza. Soltanto un giornalista purosangue uno di quelli che sublimano l'io nel crogiolo del genio, per dotarsi di sguardo d'aquila poteva snobbare Finch-Hatton, inglese con lo spleen, preferendogli l'estro del barone Bror von Blixen che nel film è l'obliquo, livido Klaus Maria Brandauer. "Non sapeva far nulla, ma con eleganza", amava "l'avventura senza fini di lucro", "fu il primo ad attraversare il deserto del Sahara in auto: fedele a uno scimpanzè, ebbe miriadi di donne". La fattoria di Karen è uno dei reportage più belli scritti da Stenio Solinas, uno che sa conferire la vita a personalità ormai palustri, presto tumulate nelle enciclopedie e che crede che un romanzo sia la bussola migliore per viaggiare.






