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Vivere sul confine e parlare le lingue che lo attraversano allena a chiedersi se quel confine sia anche un limite e per cosa valga la pena valicarlo. Martina Oppelli, architetta triestina, finché ha potuto ha attraversato i confini per curiosità, per viaggiare, per lavoro; il 31 luglio lo ha fatto verso la Svizzera per esercitare quello che riteneva un diritto che qui le era negato, in un momento in cui sentiva di non avere più tempo o, meglio, di non volerne più.

Per capire la storia di Martina bisogna seguirla lungo quei confini, ogni tanto attraversarli. Quelli tracciati sulle cartine geografiche, certo, ma anche quelli tra fede e laicità, tra speranza e disillusione, tra sconfitta e accettazione, tra ciò che è consentito e ciò che non lo è, tra un diritto e un’aspirazione.

E in fondo anche quello tra la vita e la morte. Perché, prima di andare a morire in Svizzera, accompagnata da due disobbedienti dell’associazione Soccorso Civile di Marco Cappato, Oppelli ha denunciato la Asl della sua città. La accusa di tortura e omissione di atti d’ufficio, per averle per tre volte negato la possibilità di accedere al suicidio assistito in Italia, a casa sua; per averle fatto attendere troppo a lungo la valutazione delle sue condizioni; per averla insomma costretta a dovercela fare anche se da tempo non ce la faceva più. La denuncia, quindi la battaglia, le sono sopravvissute, «Ma la mia non era una guerra contro di loro, qui stiamo parlando della vita. Non sono il baluardo di nessuno. Io me ne vado. E me ne sarei andata nell’oblio, mai avrei voluto rendere pubblica la mia storia», mi ha detto il giorno prima della sua partenza.