Se il Fentanyl è 100 volte più potente della morfina, il dolore fisico di chi lo assume illegalmente è 100 volte più debole di quello emotivo. L’overdose avvicina le persone all’indifferenza più che alla morte: Colin ne parla come del più e del meno, ha 21 anni e gli è già successo 19 volte. Si tratta di una condizione inevitabile, cronica, riconosciuta anche dalla comunità scientifica. In un reel dell’account Instagram The Fentanyl Project, un ragazzo fa spallucce: morire fa parte del gioco, volta più volta meno. Il cappello fa ombra sul rash cutaneo mentre il disagio mentale resta ancora sotto una visiera, a livello scientifico e sociale. L’account è gestito da un peer worker: qualcuno capace di fare da ponte tra zombie, équipe clinica e il resto degli americani, perché ha provato su di sé la dipendenza.È una figura chiave secondo Pasquale Caponnetto, Professore di Psicologia Clinica dell’Università di Catania. Il Fentanyl è diventato un’alternativa all’ospedale: cura in fretta e costa meno dello stigma medico. «L’alleanza terapeutica è un punto cruciale nel trattamento delle dipendenze. Chi usa il Fentanyl preferisce il confronto tra pari: i professionisti sanitari tendono a patologizzare la persona, che sente di subire una medicalizzazione forzata. Bisogna adottare tecniche di colloquio che promuovano un ascolto autentico e la validazione delle esperienze, senza imporre decisioni». Caponnetto è autore dell’unico studio italiano sugli effetti psicosociali del Fentanyl prodotto illegalmente, condotto su una selezione di ricerche americane. La letteratura scientifica internazionale ha già fornito molte risposte sulle conseguenze fisiche dell’analgesico oppioide quando non è utilizzato legalmente; ma molte sono le domande sugli effetti e sui profili psichici di chi lo assume. Lo studio dell’Università di Catania è esemplare perché l’Italia, al momento, non dispone di un background di ricerche qualitative e quantitative sufficienti ad avviare uno studio focalizzato sulla reazione della nostra popolazione al Fentanyl, che deve tener conto di un insieme di variabili sociali e culturali che ci distinguono dagli americani. Uno studio che però sarebbe urgente: «Serve creare un network di ricerca basato sulla condivisione di informazioni tra i centri per le dipendenze, collaborando con i corpi di polizia, le università, i servizi di medicina legale. In Italia abbiamo dati frammentati, spesso raccolti dai SerD (Servizi per le Dipendenze, ndr), pronto soccorso o forze dell’ordine senza precise coordinate» -nel frattempo introdotte dal Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di Fentanyl e di altri oppioidi sintetici del 12 marzo 2024.A differenza di Canada e Stati Uniti, in Italia non si può ancora parlare di emergenza. «C’è una bassa percezione del rischio da parte dell’opinione pubblica. La sottostima del fenomeno deriva soprattutto dalla difficoltà nell’individuare il Fentanyl nei test di screening routinari e dal silenzio di chi lo assume. Occorre un cambiamento sistemico: una strategia integrata che includa prevenzione, monitoraggio, cura e reinserimento». ESOD potrebbe essere il punto di partenza: l’acronimo di Équipe specializzate ospedaliere per le dipendenze del Centro antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia è attivo da luglio: si tratta del primo reparto in Italia ed Europa per la ricerca sulle sostanze psicoattive -1050 new entries tra bath salts e muscimolo, presente nei funghi e spacciato per cioccolato-, conducendo analisi cliniche e psicologiche sui pazienti più giovani, ricoverati in Pronto soccorso e Rianimazione. L’équipe include medici, psicopatologi, chimici, infermieri, biologi e farmacisti per effettuare risonanze e prelievi utili a dettagliare i danni cerebrali e risalire a nuove cure. I danni psicologici, invece, attivano e subiscono un circolo vizioso, dal momento che l’assunzione di Fentanyl diventa un’automedicazione emotiva «che però li aggrava. I più comuni sono depressione, ansia cronica, attacchi di panico e un generale appiattimento affettivo. Spesso subentrano sintomi dissociativi: anedonia e ideazione suicidaria. Parliamo di una droga che non solo altera la chimica del cervello, ma frammenta l’identità dell’individuo». Esiste una forte correlazione tra la preferenza per il Fentanyl rispetto ad altri oppioidi (o al suo mix con cocaina) e i disturbi mentali: lo studio dell’Università di Catania cita la familiarità con le benzodiazepine. Può esistere una correlazione tra il disagio giovanile in Italia e l’accesso al Fentanyl, sapendo che il consumo di psicofarmaci senza prescrizione è in crescita, specie tra ragazze? È un trend che «può essere un terreno fertile per cercare soluzioni rapide, incluso il rischio di transizione verso sostanze più potenti come il Fentanyl. I giovani vivono in uno scenario di povertà emotiva, sfiducia nelle istituzioni e isolamento sociale. Bisogna fare prevenzione a partire dalle scuole, formare gli insegnanti, coinvolgere le famiglie, attuare strategie di coping salutari, offrendo ai ragazzi strumenti alternativi per regolare stress ed emozioni». Il lieve calo del consumo di droghe tra i giovani registrato nel 2024 sembra non fermare il moltiplicarsi di nuove sostanze psicoattive disponibili sul mercato.Fentanyl e differenze di genereIl trattamento delle dipendenze è un processo di lungo periodo, e il supporto psicologico non può essere il fanalino di coda della terapia farmacologica. Il Prof. Caponnetto indica terapia cognitivo comportamentale (CBT) e l’Acceptance and Comitment Therapy (ACT), basata su tecniche di mindfulness, tra le più efficaci -ma ogni intervento dev’essere calibrato sulle differenze di genere: la dipendenza da Fentanyl ne mostra di significative. A livello biologico, sono state descritte in uno studio della University of Virginia: i ratti femmina avevano una motivazione maggiore dei maschi ad assumere Fentanyl dopo 3 giorni di autosomministrazione, ma anche ripercussioni peggiori sulla salute rispetto a questi ultimi. «Un sondaggio nazionale condotto su 1515 americani a giugno del 2024 ha segnalato un uso illecito di oppioidi più alto negli uomini. Le donne, per motivi biologici e psicosociali, sono più sensibili agli effetti sedativi del Fentanyl e tendono a sviluppare una dipendenza più rapidamente. Molte pazienti riferiscono un pattern d’uso che si sviluppa in contesti relazionali disfunzionali, dove la sostanza diventa parte di una dinamica di controllo o co-dipendenza. L’intervento terapeutico deve considerare la specificità della sofferenza femminile, costruendo una rete di supporto sociale e relazionale sicura». Uno studio qualitativo pubblicato sul Journal of Subitanee Use & Addiction Treatment dimostra che le differenze di genere possano estendersi fino alla percezione (o dispercezione) dell’overdose da Fentanyl, ritenuta il male minore rispetto all’esposizione a rischi o preoccupazioni più istintive, come quelle materne. Gli uomini temono di più la possibilità di contrarre infezioni, in primis HIV: l’astinenza non contempla la caccia ad aghi sterili.Il documentario Ten Dollar Death Trip (2020) disponibile su Netflix mostra che un certo adattamento all’illegalità sia l’unica manovra di emergenza di alcuni centri, che mettono a disposizione siringhe pulite e postazioni supervisionate per consentire di drogarsi in sicurezza. È di nuovo una questione di male minore, un’omeostasi tra illegale e legale. Altri timori maschili sono la paura di subire un’aggressione per strada -corsia preferenziale di spaccio, ring o giungla, come la chiamano gli intervistati- e di finire in prigione: «Nella nostra scoping review, uno degli aspetti più drammatici riguarda proprio il fallimento del sistema carcerario nel fungere da contesto di riabilitazione per i detenuti con dipendenze. Oltre a essere considerata un ambiente punitivo, la prigione tende a esacerbare la possibilità di ricaduta una volta fuori». Per Mauricio, il carcere è solo una perdita di tempo: “Mi sforzavo molto per convincerli ad aiutarmi, chiedevo di darmi almeno una lista di posti a cui rivolgermi. Non l’hanno mai fatto. Appena sono uscito, ho iniziato a farmi di nuovo”. Il disagio non riguarda solo i sorvegliati, e qui Caponnetto centra il punto: «La salute mentale degli agenti penitenziari è un indicatore della qualità complessiva del sistema detentivo». Uno studio del 2024 condotto nelle carceri federali canadesi ha esaminato la percezione del rischio e lo stress psicologico causati dal Fentanyl sugli operatori penitenziari: molti preferivano ispezionare le celle in coppia e mai senza dispositivi di protezione individuale. Circa 1 agente su 3 aveva assistito a un’overdose nel primo anno di servizio, interiorizzandola -vale a dire assorbendola a livello psicologico, senza trattarla: «L’esposizione continua a situazioni ad alto carico emotivo, unite al rischio chimico legato al Fentanyl cui possono essere esposti,» -un’altra ricerca americana sostiene che quasi un quinto dei decessi da Fentanyl riguardi gli ex detenuti: è importante che la distribuzione preventiva di naloxone (farmaco salvavita in caso di overdose) avvenga in cella, con la collaborazione degli agenti penitenziari- «genera una condizione cronica di stress. Servono programmi di prevenzione del burnout, spazi di formazione continua sulla gestione del rischio e protocolli di sicurezza aggiornati. Il carcere rappresenta un contesto ad alta vulnerabilità sia per i detenuti sia per gli operatori».Nelle donne, a preoccupare più di un’overdose da Fentanyl illegale è il rischio di subire violenze sessuali e, di conseguenza, contrarre HIV o Epatite C: la gerarchia della strada, unita alla dipendenza, conduce a vicoli ciechi -come la prostituzione- per potersi procacciare una dose. La paura di camminare da sole impedisce di raggiungere centri che offrono servizi di riduzione del danno, pur essendo a due isolati. Più disperato è il discorso legato alla maternità: avere figli può sì motivare il percorso di recupero, ma anche rendere le donne più insensibili alla fatalità dell’overdose, qualora dovessero perderne l’affido. Lo studio evidenzia come alcune sperimentino lo stress di un doppio recupero, sia riabilitativo sia per ritessere un legame con i figli. In Tennessee, le donne incinte che assumono sostanze possono essere incriminate e sottoposte a procedimenti giudiziari: nelle ricerche future, sarebbe utile considerare anche il punto di vista delle figure di mezzo -assistenti sociali, rappresentanti del sistema giudiziario- per valutare se, il disagio legato alla separazione da un figlio o a una violenza, possa aumentare il rischio di overdose; responsabilità che è quasi sempre di un primo sovradosaggio non fatale. «E integrare percorsi trauma-informed, con un’attenzione particolare alla regolazione emotiva e al rinforzo delle reti sociali e familiari. Il nostro studio sottolinea l’importanza di adottare strumenti digitali per chi ha carichi di cura domestica o limitazioni logistiche, più frequenti proprio tra le donne».Chiedere all’intelligenza artificialeNel mare aperto dei social media, i commenti di chi assume il Fentanyl sono dei message in a bottle. Se arrivassero alle persone giuste, potrebbero rendere più mirati i percorsi di recupero e più comprensibile il disagio mentale dovuto (o che ha portato) alla dipendenza. Nel 2023 un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Washington ha analizzato 365 post e commenti degli utenti su Reddit: i temi individuati sono stati ricondotti ai sintomi del disturbo da uso di sostanze riportati sul Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Le persone tendevano a confrontarsi di più sugli aspetti legati al peggioramento della qualità della vita e sulle esperienze di overdose; solo in pochi casi condividevano foto perché qualcuno li aiutasse a riconoscere il tipo di sostanza in possesso. “È Fetty? Blues? G? Chi può dirlo. Non abbiamo idea di cosa stiamo assumendo”, scrive un utente su The Fentanyl Project a 2 anni di distanza dalla ricerca. Le comorbidità mentali sono parecchio discusse sui social media: secondo gli autori dello studio, potrebbe trattarsi di un’insoddisfazione per la scarsità dei servizi di salute mentale nell’ambito della dipendenza da Fentanyl. «L’intelligenza artificiale può essere un moltiplicatore di risorse, consentendo di raggiungere più persone e di intervenire in modo precoce e proattivo»: spiega Caponnetto che, fatta una riflessione etica a tutela della privacy, i sistemi di machine learning potrebbero analizzare enormi quantità di dataset provenienti da cartelle cliniche elettroniche, dati sociali o app per individuare soggetti ad alto rischio di dipendenza o overdose. Anche il mondo delle app è sotto la lente della ricerca scientifica, per valutarne l’efficacia nei percorsi di recupero: potrebbero agire come dei peer worker digitali garantendo ai medici il monitoraggio dei pazienti e fornendo a questi ultimi, tra gli strumenti, la compilazione di un diario digitale dell’umore e dei sintomi, utile soprattutto in caso di craving. «Purché utilizzate come strumento clinico e non solo informativo. Le app devono fungere da strumenti bidirezionali, potenziare la relazione di cura e alleggerire il carico operativo dei professionisti sanitari».La ricerca di un contatto umano sui social media, anche se virtuale, mostra di dover intervenire sia sulla dipendenza da Fentanyl illegale sia sulla solitudine di queste persone. La dipendenza è soprattutto un problema di ricaduta. Farcela da soli è possibile, ma insieme a una rete professionale e affettiva.
Quando il dolore psichico supera la paura di un’overdose fatale da Fentanyl. L'analisi di un'epidemia che riguarda anche noi
Non esiste un’emergenza come in Canada e Stati Uniti, ma per prevenire i danni psicologici dobbiamo comportarci come se ci fosse già. Abbiamo intervistato il professor Pasquale Caponnetto, autore dell’unico studio italiano sugli effetti psicosociali della sostanza






