Mentre tutta la stampa americana è impantanata nel gossipparo, e così agostano, caso Epstein, l’amministrazione Trump si è trovata tra le mani documenti di ben altra gravitas. Il direttore dell’FBI Kash Patel ha scoperto migliaia di documenti sensibili relativi alle origini dell’inchiesta sulle accuse di un’interferenza elettorale russa nelle elezioni statunitensi del 2016 con l’obiettivo di sabotare la campagna presidenziale di Hillary Clinton e favorire la vittoria di Donald Trump. Lo scandalo divenne noto come Russiagate e finì in niente. Dopo tre annidi lavoro e l’esame di oltre 200 contatti tra la campagna del tycoon e funzionari russi, nel 2019 vennero rese pubbliche le 448 pagine del rapporto Mueller, dal nome del procuratore speciale a capo dell’indagine. La conclusione? La Russia effettivamente tentò di interferire nelle elezioni, soprattutto sulle infrastrutture elettorali, quelle cioè che interessano il conteggio dei voti (e lo ha confermato anche John Ratcliffe, attuale direttore della CIA di Trump), ma senza successo. Soprattutto, non sono mai state trovate prove per presentare accuse di “cospirazione” o “coordinamento” criminale contro il presidente.

I plichi ritrovati da Patel erano impilati nelle cosiddette Burned Bags, letteralmente “borse da bruciare”: sacchi utilizzati per contenere documenti riservati o classificati che devono essere distrutti mediante incenerimento. Secondo quanto ha riportato Fox News, le borse sono state scovate in una stanza segreta nella sede centrale del Bureau a Washington. Uno dei documenti rinvenuti è un allegato a un secondo rapporto sul Russiagate, quello del 2023 dell’allora procuratore speciale John Durham, che tornò a sfruculiare l’indagine originale. La definì «gravemente viziata» e senza alcun fondamento probatorio.