Èincomoda. Cruda come i carpacci di spada ovunque impiattati nei locali dell’isola, aspra come i limoni che approdano dalla Sicilia, ruvida come la pelle dei pescatori cotta dal sole giaguaro, ispida e spinosa come i fichi d’india che assieme ai muretti di pietra a secco delimitano i bianchi sparuti dammusi dell’interno. La terra lampedusana è secca e avara quanto il mare è generoso. Fin dalla notte dei tempi è la porta d’Europa approdo di commercianti e naviganti, esuli da ogni dove, in cerca di commerci, accoglienza e forza per proseguire il proprio viaggio verso il continente. Sono passati millenni dai leggendari tempi omerici (scalo nefasto di Ulisse beffato da Calipso?), “e se ora neanche gli Dei sembrano avere più il prestigio di una volta, uomini e donne continuano a viaggiare e quest’isola, punto nevralgico nel Mediterraneo, continua a mantenere la sua vocazione di porto ristoratore per chi arriva dal mare in cerca del proprio destino”. Ma oggi, periodo in cui le nuove migrazioni premono sui confini europei risparmiando con parsimonia le energie dei soccorritori lampedusani, l’isola dei venti instancabili - ora libeccio e scirocco ora maestrale - non è più un baluardo perduto nell’oltremare del sud: un’onta per gli scoop mediatici che hanno proliferato a dismisura provocando l’assenza dei turisti stranieri timorosi di fare i bagni assieme a cadaverici fantasmi; consci anche che le spiagge si contano sulle dita di una mano e di pubblico, a parte la famosa spiaggia dei conigli, ci sono solo irtuti scogli.
Lampedusa (prima parte): un’isola ruvida in balia dei venti
Le foto di questo articolo sono di Elisabetta Bagliani
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