MILANO – Tra le tante vite di Fausto Leali, l’ultima è faticosa ma piacevole: girare l’Italia per cantare, infischiandosene di avere 80 anni, peraltro portati alla grande. «L’estate è il mio regno – racconta il “negro" (attenzione alla G, ne parleremo) bianco di Brescia – faccio una cinquantina di date assieme ai miei sei musicisti». Tra queste, il 20 agosto il festival di Agerola, “una delle tante rassegne sparse nei borghi d’Italia che ci fanno vivere. Si scoprono posti incredibili e si canta davanti a migliaia di persone in festa, che sanno tutti i miei successi, da A chi a Ti lascerò, da Deborah a Mi manchi. Posso non essere felice?».

Però non era iniziata bene la sua vita.

«Diciamo che non era stata facile. Mio padre tornò mutilato dalla Seconda guerra mondiale, ma la pensione arrivò solo dopo anni, e lui nel frattempo doveva lavorare. Era fabbro, ogni giorno 25 chilometri in bici, rincasava col moncherino sanguinante. Eravamo poveri, dovevo lavorare anche io, a 10 anni ero garzone di salumiere, 2500 lire a settimana. A 14 però venni ingaggiato in un’orchestra che girava le balere e passai a 3000 lire a notte».

E divenne famoso abbastanza presto, a 18 anni era già in tv.

«E la tv unica, di Stato. Proprio verso i 18 iniziai a sviluppare questa voce roca, blues come la musica che amavo da sempre, sulla quale ho lavorato parecchio, e fui il primo in Italia a incidere traduzioni dei Beatles, Please please me e She loves you, andai in tv a cantarle col caschetto come loro. Forse anche per questo fui tra quelli che aprirono i concerti italiani dei quattro nel 1965».