«Aiuti? Io non li ho visti». La voce di Ahmed, sfollato a Gaza, è affranta. «I camion che arrivano sono pochi e quel poco che entra o è in zone impossibili da raggiungere, controllate dall’Idf, o viene assaltato dalle persone disperate o dai miliziani», ammette Ahmed. E lo scenario più probabile, secondo il giovane palestinese, è che gli aiuti rubati vengano poi rivenduti al mercato a prezzi esorbitanti. «Nei prossimi giorni sarò costretto ad andare di nuovo a Rafah o a Zikim e vedere se riesco a prendere qualcosa, ma ho paura» afferma Ahmed. E l’assenza di cibo continua a farsi sentire in tutta la regione, al punto che Tom Fletcher, il sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, è stato netto: i primi aiuti «sono una goccia nell’oceano». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu però la pensa diversamente. «Non esiste una politica di fame a Gaza, e non c'è fame a Gaza» ha detto il capo del governo parlando a Gerusalemme. «Israele - ha continuato Netanyahu - ha consegnato 1,9 milioni di tonnellate di aiuti dall'inizio della guerra. E se lo Stato ebraico non lo avesse fatto - ha detto Bibi - non ci sarebbero più abitanti a Gaza». Una versione che però non ha convinto neanche il suo principale alleato, cioè il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che parlando con il premier britannico Keir Starmer ha messo in dubbio le parole del premier israeliano. «Da quello che ho visto in televisione, i bambini sembrano essere molto affamati - ha ammesso il tycoon - Voglio che la gente abbia da mangiare in questo momento, per me questa è la priorità numero uno». Un segnale che non può essere sottovalutato. Perché Netanyahu sa bene l’importanza di avere The Donald al proprio fianco mentre la comunità internazionale continua a premere affinché si arrivi subito a un cessate il fuoco che liberi gli ostaggi e dia ossigeno a una popolazione allo stremo.