Ci sono due macigni da rimuovere lungo la strada che porta alla ripresa del nucleare in Italia e non li si può aggirare se si vogliono raggiungere risultati di tipo sistemico: la costruzione del Deposito Nazionale e la riforma, innanzi tutto culturale, del sistema regolatorio del nucleare. Questi due ostacoli hanno molti punti di contatto, posti su di un percorso sbarrato a partire dal 1987 dalle politiche degli anni successivi e da quarant’anni di allarmismi e ostilità.

La complessità del settore è indubbia, e l’opinione pubblica, essenziale se si vuole pensare ad una ripresa, è fortemente influenzata dal costante utilizzo della paura, stimolata attraverso distorsioni di dati e fatti (oltre che vere e proprie menzogne) che, se considerati serenamente e scientificamente, produrrebbero ben altro effetto. Tutto è lecito per indurre terrore nei confronti del nucleare, l’importante è il risultato.

Il nucleare non ha bisogno di replicare utilizzando gli stessi mezzi. Al più necessita di spazio per esporre fatti oggettivi, forte di dati e statistiche solide su qualunque lato del tema venga affrontato, inclusi i costi di produzione, nuova frontiera dei detrattori (che usano parametri fuori luogo come il costo livellato dell’energia, ma questo merita altro spazio): i dati oggettivi sono chiari ed indicano indubbi vantaggi in termini di sicurezza, impatto ambientale, solidità e costi del sistema elettrico, indipendenza, sostenibilità e così via.