BELLUNO - Sette morti in montagna in meno di due mesi (più un ferito grave). Praticamente uno a settimana da inizio giugno (avvio della stagione estiva). Uno stillicidio che racconta di tragiche fatalità, certo, di malori letali e di cadute mortali. Un elenco che mostra una montagna piena di insidie. Ma che talvolta rivela anche qualche inesperienza. Un freddo conto numerico che però mette in rilievo anche il grande lavoro del Soccorso alpino. Grandissimo lavoro. Talvolta quasi insostenibile per l'imperizia e la non consapevolezza della montagna da parte di chi la frequenta. Tant'è vero che metà delle operazioni dei soccorritori potrebbero essere evitate se solo gli escursionisti sapessero dove stanno andando o pianificassero le loro uscite.

«Un buon 50 per cento degli interventi riguarda persone inesperte o incapaci di affrontare la montagna» conferma Giuseppe Zandegiacomo Sampogna, il presidente del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico del Veneto. «Praticamente metà del lavoro che facciamo è riferito a soccorrere persone in difficoltà che potremmo definire "semplice", interventi che si sarebbero potuti evitare». Zandegiacomo non vuol dire che il Soccorso alpino si tira indietro. Impossibile. Del resto i soccorritori gli angeli delle "terre alte", 18 stazioni tra Belluno e Treviso, per 503 volontari operativi - sono sempre in prima linea. Ma a tutto c'è un limite. Anche perché «se l'elicottero è impegnato in un intervento che si poteva evitare, non è a disposizione in quel momento in un'altra situazione dove magari era invece necessario. Quindi sarebbe meglio fare attenzione quando si va in montagna. E sarebbe meglio pensare che occupare i soccorsi per scelte evitabili significa renderli meno efficienti per altre situazioni più gravi».