PALERMO. Di lei rimane un’immagine in movimento in cui appare allegra, ridanciana, catturata nell’estate 2013 in carcere, dove Anna Patrizia Messina Denaro era andata a trovare il marito, Vincenzo Panicola, mentre gli investigatori della Squadra mobile di Palermo e Trapani cercavano di catturare, e non in senso figurato, il fratello di lei, l’allora imprendibile Matteo Messina Denaro. Era assieme ai figli, Patrizia, uno dei quali molto somigliante allo zio Matteo, ma gli altri erano piccoli e la sorella del superboss aveva diritto a parlare con Panicola standogli quasi a contatto. In carcere Anna Patrizia Messina Denaro ci sarebbe finita poco dopo, sempre nel 2013, in un blitz denominato “Anno zero” che aveva portato in carcere 30 persone. E ieri, dal carcere, quello di Vigevano, dopo aver finito di scontare il suo debito con la giustizia, la donna - racconta Repubblica - è uscita, ed è tornata a Castelvetrano.
Riavvolgendo il nastro e tornando a quel giorno dell’estate 2013 la si vede cominciare un discorso ridendo e scherzando ad alta voce, perché sapeva di essere ascoltata. Risate fragorose scandivano e inframmezzavano il messaggio che doveva essere decifrato e recapitato dall’alto, parole pronunciate non di seguito ma in mezzo ad altre: «Unn’u tuccati… picchì dannu pi’ deci voti po’ fari…» (non lo toccate perché può fare danno per dieci volte) e il riferimento era a Giuseppe Grigoli, un imprenditore detenuto e poi condannato come prestanome di Messina Denaro, con beni del valore di 700 milioni. Poiché aveva manifestato segni di cedimento, Panicola aveva chiesto al cognato il permesso per una rappresaglia preventiva, appena una decina di giorni prima. La risposta, inequivocabile e falsamente divertita, era arrivata quasi a stretto giro di posta.







