Quarto giorno di scontri al confine, con esplosioni e spari vicino ai templi contesi, tra Thailandia e Cambogia, con 34 morti accertati e oltre 200 mila sfollati, nonostante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continui a lavorare per una pace possibile, con un occhio alle opportunità di commercio e l'altro al suo ambito ruolo di mediatore nei conflitti in giro per il mondo.
Ma un spiraglio di pace c'è: i leader dei due Paesi si sono dati appuntamento per lunedì in Malesia, che da subito si era proposta come mediatrice.
Il bastone e la carota del presidente americano, la minaccia di dazi esorbitanti da un lato, dall'altro prospettive di fiorenti scambi commerciali, hanno comunque sortito un loro effetto se entrambe le parti si sono dichiarate pronte a discutere un cessate il fuoco, nonostante il riaccendersi di un conflitto che ha più volte insanguinato i confini dei due Paesi vicini del sudest asiatico, mete ogni anno di milioni di turisti stranieri.
Nello scontro peggiore degli ultimi anni, spari di artiglieria sono stati esplosi a breve distanza da due antichi templi a lungo contesi nella regione di confine tra la Cambogia settentrionale e la Thailandia sudorientale, con i due leader che si sono accusati a vicenda di avere minato gli sforzi di pace. Bangkok ha accusato Phnom Penh di aver sparato proiettili contro ospedali e abitazioni civili nella provincia di Surin.









