Con metodi piuttosto bruschi, spicci, insomma senza andar per il sottile, mister Trump ha rimesso in piedi le statue di Colombo e cancellato con un tratto di penna (quasi letterale) il wokismo statunitense. Un brutale e sacrosanto passo indietro, una contemporaneità che si spoglia delle farneticazioni woke (nell’accezione più ampia del termine). The Donald è un duro, ha un corpaccione, pesa: le vibrazioni dei suoi colpi le sentiamo anche noi, nonostante un Oceano di mezzo. E insomma ammettiamolo, con compiacimento: anche dalle nostre parti si vedono i primi timidi passi indietro verso un futuro migliore.
Poi, certo, gli Usa ci arrivano sempre prima. Ci servirà ancora tempo. E altrettanto certo quelli a cui servirà ancor più tempo sono i britannici: nella sua culla, sulla strada che unisce Oxford a Cambridge, il woke resiste lotta insieme a loro. Si pensi all’agghiacciante “cacciata” da scuola della 12enne che nella giornata della cultura aveva scelto di celebrare il Regno Unito vestita dell’Union Jack. Delirio vero stigmatizzato anche dal premier Starmer. Insomma, qualcosa si muove.
E il fatto che qualcosa si muova, in filigrana, lo si può percepire anche dall’ultima frontiera della farneticazione, raggiunta ça va sans dire dall’Università di Cambridge: l’introduzione del concetto di «AI shaming». In soldoni, sostenere che qualcuno si esprima o scriva come un’intelligenza artificiale sarebbe un insulto (quando è semplicemente vero o falso). Insulto per giunta «classista», poiché l’intento è quello di «declassare» l’eloquio altrui (capite bene che sulla base di questo principio sarebbe «classista» preferire una pastasciutta alla bistecca, imperdonabile «declassamento» della carne). Le scricchiolanti conclusioni sull’AI shaming sono figlie di uno studio condotto da Advait Sarkar, cattedra a Cambridge nel dipartimento di “Computer science and technology”.






