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I pm, a caccia del cavillo, si accaniscono sulla città più virtuosa. E chiudono gli occhi su zone dove l'illegalità è estesa e palese
Chiedersi che cosa accadrebbe se la procura milanese indagasse sul resto d'Italia (tutto) non è neppure corretto, perché il punto modale, a Milano, è se la legalità sia applicata in modo equo: ma la legalità, formalmente, c'è o c'era, il punto è solo se la legalità normativa sia stata stiracchiata per interessi privati; ma, altrove, l'illegalità è certa, ed è talmente strutturale che la magistratura si è già arresa in partenza. A Milano quindi si sequestrano le torri progettate da archistar e a Ischia si condonano le case costruite sulle frane. Ma detta così sembra quasi qualunquismo: occorre spiegarsi meglio, fornire qualche dato.
A Napoli e Reggio Calabria un'abitazione su due è costruita illegalmente o con gravi irregolarità. A Roma l'abusivismo è meno evidente ma pervasivo, con una stratificazione storica che ha urbanizzato mezza città fuori norma. A Milano, invece, ogni progetto è firmato e tracciato e documentato: ma è a Milano che si indaga. A Milano il processo di rigenerazione urbana ha fatto crescere il Pil locale dell'8,7 per cento, dopodiché la magistratura ha deciso di accusare e sequestrare alcuni progetti iconici della città: grattacieli, torri, hub della nuova mobilità eccetera. I presunti abusi sarebbero legati a un utilizzo flessibile della Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) e non stiamo parlando, insomma, di abusi in riva al mare o di costruzioni in zona rossa o demaniale: a Milano le presunte irregolarità sono tecnico-formali, consumate a colpi di comma nel dedalo del Testo Unico sull'Edilizia. Ma nessuno direbbe questo, dopo aver letto le tonalità sensazionalistiche con cui la procura di Milano ha chiesto gli arresti per tecnici e professionisti di valore assodato.






