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Quasi ad altezza campo, nelle file più esclusive, appare un tizio con un paio di occhiali da sole, la barba incolta e un completo di lino chiaro. L’uomo è seduto scomposto con un telefono in mano. Sono quasi le dieci di sera, il campo è illuminato e, nonostante gli occhiali da sole, lui sembra vederci benissimo, tanto da contestare animatamente il giudizio di un arbitro di linea che nemmeno il tennista che ha perso il punto sembra trovare errato.
Siamo al Foro Italico di Roma, stadio centrale, il tennista è tra i primi dieci del mondo, lo spettatore fa parte di un pubblico noto per la sua insolenza e per il chiasso che produce. L’aspetto più interessante, infatti, non è il tifo esasperato di tipo calcistico. È una forma di protagonismo – quasi ossessiva – che si palesa in azioni fuori tempo: quando il gioco è fermo, quando l’agonismo è ai minimi livelli di tensione perché il punto è stato già ampiamente vinto o perso e comunque digerito dai contendenti.
È un contrasto ancora più evidente quando in campo ci sono giocatori imperturbabili come Jannik Sinner che in quel caso era addirittura parso il meno coinvolto tra le diecimila persone presenti. Il primo istinto è pensare a un frutto della tipica indolenza romana, una forma di cafonaggine un po’ trasandata, ma pur sempre ironica, salvo poi ritrovare un atteggiamento forse ancora più caotico e disturbante intorno ai campi del Roland Garros di Parigi.






