La Commissione Europea ha appena fissato l’obiettivo climatico dell’UE per il 2040: una riduzione del 90% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Questo traguardo sarà anche la base per definire l’obiettivo intermedio del 2035, richiesto dalle Nazioni Unite.
Tutti i firmatari dell’Accordo di Parigi, infatti, sono tenuti a presentare entro settembre i propri piani di riduzione delle emissioni per il 2035. Una scadenza particolarmente sfidante per l’Unione Europea, che si trova ad affrontare forti tensioni interne: negli ultimi mesi, diversi Stati membri hanno avanzato richieste di concessioni e modifiche al percorso verso la neutralità climatica.
In assenza di un accordo entro settembre, il piano dell’UE per il 2035 non potrà essere incluso nel conteggio globale delle Nazioni Unite. Un fallimento che metterebbe in discussione la capacità dell’Unione di guidare la diplomazia climatica internazionale.
E se persino l’UE — che ambisce a essere un modello globale nella lotta al cambiamento climatico — fatica a definire per tempo un piano di riduzione delle emissioni, viene naturale chiedersi: che cosa sta accadendo nel resto del mondo? Una domanda ancora più urgente alla luce del disimpegno degli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, dagli sforzi climatici internazionali.






