È la volontà di colpire Carlo Nordio, dunque, il motivo per cui il “caso Almasri” viene tenuto aperto dal tribunale dei ministri. Nonostante la proroga per l’indagine sul guardasigilli – e su Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e il sottosegretario con delega ai servizi, Alfredo Mantovano – sia scaduta a fine giugno. Libero aveva sollevato la questione due giorni fa: il tempo a disposizione è finito, ogni possibile testimone è stato ascoltato da tempo, ma la magistratura non ha ancora tirato le conclusioni della vicenda giudiziaria più importante della legislatura, né dato spiegazioni. Perché questa anomalia? La risposta è arrivata ieri mattina. Rispetta, ancora una volta, la «regola aurea del tre» descritta da Luca Palamara: «Le tre armi del “Sistema”: una procura, un giornale amico, un partito che fa da spalla politica».

I giornali in questo caso sono due. Il Corriere della Sera scrive che il tribunale dei ministri «ha concluso l’indagine e sta per consegnare le sue decisioni». Nessuna anomalia, insomma. Solo la necessità di cucinare a dovere il materiale raccolto, nel quale «c’è il riscontro che fin dal primo pomeriggio di domenica» 19 gennaio, cioè subito dopo l’arresto dell’ufficiale libico Najeem Osama Almasri, «la capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, sapeva ciò che stava avvenendo, e diede le indicazioni ai magistrati del Dipartimento degli affari di Giustizia di parlarsi con cautela. Preoccupandosi di non lasciare troppe tracce». Questa scelta di usare riservatezza nelle comunicazioni, che in pratica significava usare l’app Signal, più sicura di altri sistemi, sarebbe «un indizio preciso che già dalla domenica non solo il suo braccio operativo, ma presumibilmente anche il ministro, sapesse già tutto».