Se alziamo gli occhi al cielo e vediamo una scia di luce che ci sembra una stella cadente, è probabile che stiamo in realtà osservando un satellite al momento del rientro nell’atmosfera terrestre. In quella fase, il satellite si vaporizza, decomponendo i suoi elementi strutturali, principalmente alluminio, rame e litio. Questa piccola scena è una delle più sottovalutate forme di inquinamento attualmente in corso: nel 2024 ci sono stati circa mille rientri di satelliti sulla via del pensionamento, praticamente tre al giorno. Con la crescita di società e di servizi come quelli offerti da Space X di Elon Musk, nel giro di un decennio potremmo veder rientrare fino a 50 satelliti al giorno, secondo le stime per Bloomberg di Jonathan McDowell, docente ad Harvard e uno dei massimi astrofisici al mondo.
Ogni settore economico produce impatto e inquinamento soprattutto nel momento della sua massima crescita, e quello spaziale non fa eccezione. La curva di espansione della space economy è questa: nel 2019 abbiamo lanciato 500 satelliti nelle orbite basse terrestri, nel 2024 sono stati 2.800. Sono ormai il tessuto nevralgico della nostra economia: il settore oggi vale 15 miliardi di dollari all’anno, secondo Goldman Sachs arriverà a 108 miliardi già alla metà del prossimo decennio, con una stima di qualcosa tra 60mila e 100mila satelliti a saturare le orbite (con un rischio sempre più alto di collisioni). Una delle letture più illuminanti sull’argomento è Ecologia spaziale (Hoepli Editore) di Patrizia Caraveo, astrofisica e presidente della Società Astronomica Italiana. L’invito del libro è chiaro: iniziare a includere ciò che avviene fuori dall’atmosfera terrestre tra i temi dell’ambientalismo. I movimenti ecologisti nella loro forma contemporanea, ricorda l’autrice, nacquero anche grazie all’emozione generata da una foto scattata dallo spazio, il ritratto della Terra Blue Marble scattato dall’equipaggio dell’Apollo 17 nel 1972. La prima volta che vedemmo la nostra casa da fuori fu anche quando iniziammo a lavorare davvero per proteggerla. Il problema è che abbiamo trascurato quello che c’era fuori, intorno alla casa, perché nel 1971 le orbite erano vuote, una frontiera, ora sono affollate come una tangenziale urbana all’ora di punta. «Ho iniziato a occuparmi di questo tema partendo dall’inquinamento luminoso causato dai cosiddetti trenini di satelliti del servizio Starlink di Elon Musk, diventati un grande problema per noi astronomi». Starlink è la connessione satellitare che negli ultimi anni è diventata anche un asset geopolitico strategico. «Sono trenini perché vengono lanciati a gruppi di 60, li chiamano minisatelliti, ma è come se fossero dei grossi tavoli da cucina ultra riflettenti. Sono dei fari accesi nello spazio, che hanno l’effetto collaterale di rendere più difficile osservare le stelle». I satelliti Starlink sono lunghi tre metri, larghi un metro e mezzo, sono di dimensioni tutto sommato ridotte, come dei faretti, appunto. Il problema è che sono tanti: al momento in orbita ce ne sono circa 7mila. Quando il servizio sarà a regime diventeranno 42mila, con un’aspettativa di vita di cinque anni e un ritmo di 23 lanci al giorno, secondo il business plan di Musk.






